Crotone, la stazione degli ultimi

Un anno e qualche mese dopo nulla è cambiato. Anzi, adesso la vita, se così si può chiamare, scorre ancora “più normale” in quello che nel luglio del 2013 chiamammo Grand Hotel Stazione. Siamo infatti nella stazione di Crotone. Una stazione dove per scelte politiche (perché di questo si tratta) passa ormai un solo trenino al giorno, ma dove (sempre per scelte politiche) vivono centinaia di immigrati. Oddio, vivere forse è esagerato: diciamo sopravvivono.
Come già avevo scritto nel 2013 (leggi l’articolo Grand Hotel Stazione) la stazione ferroviaria ormai inutilizzata di Crotone è un mondo a parte. Un mondo fatto di uomini in fuga dai loro Paesi in guerra. Uomini che hanno avuto la sfortuna di arrivare in Italia e di essere stati ‘registrati’ a Crotone, al campo di prima accoglienza. Poi usciti da lì, una volta ricevuti i documenti per il permesso di soggiorno, sono lasciati allo sbando. Vivono, sopravvivono come possono.

Dormono su materassi vecchi e laceri, mangiano a terra. Quando il 4 settembre con il collega fotoreporter Antonino Condorelli arriviamo in questo albergo all’aperto spunta anche un bambino. Si è appena alzato da un materasso lurido. Vicino a se ha la madre. Arrivano dal Nord Italia, devono andare fino a Siracusa e si sono fermati a Crotone dove c’è un parente. Anche lui dorme alla stazione.

Come tanti. Come i compagni di avventura che arrivano dall’Africa e occupano la parte della stazione attorno all’agenzia doganale di gestione merci. Una vita di stenti pericolosa per la loro salute e per quella dei crotonesi. Se n’è accorta ancora una volta l’Asp che ha scritto a tutte le istituzioni: dalla Prefettura al Comune chiedendo di intervenire. Anche un anno fa c’era stata la stessa attenzione dall’Asp, non altrettanto dalle istituzioni. In loro aiuto solo la Caritas o i ragazzi del camper “On the road” che la sera gli portano il cibo.

Loro, questi uomini dimenticati ‘vivono’ aspettando i documenti per poter andare via. Quando si svegliano rimettono in ordine le loro cose. Raccolgono il materasso, si lavano prendendo l’acqua alle Ferrovie dello Stato.  Un tubo che attraversa i binari fino ad arrivare dall’altra parte, verso la statale 106 dove, in un immobile rosso ci sono un gruppo di 15 afgani. Sono organizzatissimi e ci accolgono, incredibile a dirsi, col sorriso. Sono impegnati nelle faccende mattutine – barba, doccia – prima di fare colazione col pane che fanno loro usando farina ed acqua. “Tomato sauce and eggs, quickly” dice uno di loro che ha il compito di cucinare le uova strapazzate mangiate poi col pane cotto su un vecchio fusto di alluminio usando legna raccolta in giro per Crotone. Hanno anche una canna da pesca con la quale, probabilmente, pescano dall’Esaro (tra i binari ci sono i resti dei pesci consumati).

Parlano della loro condizione, rivelano che in Germania ed in Inghilterra non li hanno voluti perché i documenti che aveva fornito loro l’Italia non erano buoni. Mostrano la carta d’identità rilasciata dal Comune di Crotone. c’è scritto ‘non valida per l’espatrio’. Loro vorrebbero andare via dall’Italia, ma l’Italia glielo impedisce e poi li abbandona. Sono persone culturalmente preparate. Studenti, operai, gente onesta che si adatta a lavarsi ed a fare i bisogni tra i vagoni piombati, nonostante nel loro paese fossero piuttosto agiati. Ma lì non potevano più stare. Lì rischiavano di essere perseguitati, uccisi. Sono gli ultimi a cui forse basta una stretta di mano per sentirsi più uomini.

Giuseppe Pipita